A distanza di un anno dal sisma si potrebbe fare un bilancio di quanto è accaduto e di come le persone hanno affrontato l’emergenza. Si potrebbero evidenziare molte cose positive e altrettante negative, ma non è questo il mio compito né tanto meno la mia intenzione.
Come sacerdote e responsabile di tutto ciò che è stato organizzato a nome e per conto della parrocchia, sento il dovere di ringraziare tutti coloro che con generosità e senza interesse personale si sono messi a servizio. Tra questi un posto particolare va assegnato a quei volontari che pur vivendo la condizione di terremotati hanno avuto il coraggio e la determinazione di preoccuparsi degli altri: dai magazzini al campo, dall’accoglienza alla mensa, dal servizio liturgico alla farmacia, dai pannolini all’acqua minerale, dall’assistenza alle religiose all’ospitalità data alla caritas diocesana e nazionale; dalle attività più piccole e nascoste a quelle di maggiore responsabilità e visibilità. Grazie a loro è stato possibile rispondere alle molteplici necessità scaturite dall’evento sismico.
Fra le attività svolte nella parrocchia e per conto di essa possiamo contare più di centomila interventi. Certamente tutto ciò sarebbe stato impossibile senza il contributo pervenuto da ogni parte d’Italia e del mondo: dall’Etna alle Alpi, dall’Olanda alla Scozia, dagli USA al Giappone, ecc. Sono stati veramente tanti gli uomini e le donne che in modo diverso ci sono stati vicini. Come non menzionare con gratitudine la preziosa presenza e l’apporto determinante della moltitudine dei volontari accorsi dall’Italia e dall’estero? Se è impossibile ricordare i loro nomi, è altrettanto impossibile cancellare dalla mente i loro volti e la loro infaticabile operosità: giovani e adulti, studenti e operai, religiosi e religiose, sacerdoti e seminaristi. Tante belle persone animate da un solo ideale, “farsi prossimo in spirito di servizio e di condivisione”. Hanno condiviso la nostra fatica, le nostre lacrime, la nostra speranza; hanno supportato e stimolato la nostra voglia di rinascita, il voler ricostruire la nostra storia.
Grazie a loro non siamo rimasti soli, anzi, molte volte ho avuto la sensazione che ci hanno persino coccolato. Per questo motivo penso di poter esprimere la gratitudine dei parrocchiani e degli aquilani tutti verso persone, associazioni, governi e istituzioni.
Oggi mi accorgo che il cammino è ancora in salita e accidentato: la “normalità” è ancora molto lontana e la precarietà ha tempi lunghi.
Il terremoto ha cambiato la nostra vita, ci ha imposto ritmi, relazioni, riflessioni, progetti, habitat che non avevamo ipotizzato e tanto meno programmato. Si, la nostra vita è diversa perché l’ambiente che ci circonda è diverso. È diversa l’organizzazione della vita sociale: sepolti città e centri storici; assenza di centri di aggregazione, altre abitazioni, altri vicini, altra viabilità, cambiati i punti di riferimento.
Ormai, a distanza di un anno, abbiamo la piena coscienza che non sarà più come prima. Anche quando parliamo e desideriamo il ritorno alla normalità sappiamo che si tratta comunque di novità, di un nuovo assetto urbano, sociale e relazionale.
Le cose già si stanno delineando, i segni della diversità sono già evidenti. Pensiamo a tutte le problematiche suscitate dalla nuova urbanizzazione. Le difficoltà psicologiche e materiali degli anziani e di quanti sono ancora in albergo lontani dalla città. Non parliamo poi del problema macerie nei centri storici e dei tempi della loro rimozione. Persino la ristrutturazione delle abitazioni poco danneggiate è in forte ritardo. Ci sono ancora edifici da mettere in sicurezza. Non da ultimo, a creare insicurezza, è l’incertezza dei fondi per la ricostruzione.
Pur nelle difficoltà e in mezzo a mille incertezze spetta a noi cittadini sognare, progettare e ricostruire città e paesi recuperando cultura, arte, storia e vivibilità.
Dall’esperienza vissuta ci viene la certezza che non siamo soli. In molti sono entrati a far parte della nostra vita e non ci abbandoneranno mai. La preghiera, l’amicizia, il sorriso, l’incoraggiamento, la solidarietà di questi nostri amici non verrà mai meno. Anche sul territorio, pur con i ritardi che sono sotto gli occhi di tutti, ci sono segni di speranza e di rinascita. I numerosi gruppi, comitati e associazioni che si incontrano, si confrontano e operano per stimolare le istituzioni affinché si affretti la ricostruzione, sono segno di speranza. All’interno di essi emergere la volontà di partecipare, di essere attivi…, di “non stare alle finestre a Guardare”. In questo desiderio di fare e di fare insieme, bisogna vedere i segni di speranza per il nostro territorio. Da questa esperienza scaturirà un nuovo modo di essere cittadini e, perché no, una nuova classe dirigente.
Grazie.
Sac. Dante